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Il prezzo delle mascherine, economia di base per il governo

È stato deciso dal governo un prezzo politico per la vendita delle mascherine. Gli imprenditori non ci stanno. L'Economia Politica insegna

Il prezzo delle mascherine, economia di base per il governo. Folle. Potremmo definirla così la scelta di calmierare il prezzo delle mascherine. Folle per vari motivi. Facile sarebbe ora adorare un governo che aiuta il popolo. Demagogico forse? Quando ad essere accusati di demagogia e populismo erano altri schieramenti, si arrivava quasi a parlare di totalitarismo. D’altronde basterebbe aver studiato un po’ di economia di base per capire certe cose. E se propio l’allergia ai numeri è cosi alta, allora la letteratura italiana potrebbe venire in aiuto. La storia insegna, Manzoni ce lo ricorda (la rivolta del pane), ora gli imprenditori insorgono, prima che lo faccia il popolo. Conte e Arcuri facciano attenzione.

Il prezzo delle mascherine, domanda e offerta

Un’analisi primaria andrebbe fatta leggendo, neanche tanto a fondo, qualsiasi libro di economia base che ci viene proposto, dalle scuole superiori all’università. In qualche modo troveremo sempre, in almeno una pagina, il famoso grafico che rappresenta le due curve di domanda ed offerta. Il punto di equilibrio, che soddisfa appunto sia l’una che l’altra, è l’incontro delle due curve. In caso di eccesso o difetto di una delle due, è il mercato stesso a provvedere ad un naturale spostamento e riequilibrio. L’intervento dello stato in materia non fa altro che aggravare la decisione. Un grande aumento della domanda non può essere ponderato dalla fissazione di un prezzo politico. Qualsiasi professore di Economia Politica inorridirebbe di fronte a tale decisione. Abbiamo trovato l’esempio di un professore dell’Università di Pisa che tende a scherzarci su.

Non compaiono per magia

Le mascherine, come qualsiasi altro bene al mondo, non compaiono per magia. Come tutto ciò che ci circonda, per essere prodotto ha bisogno di lavoro e di qualcuno che quindi impieghi il proprio tempo e le proprie risorse, in cambio di un corrispettivo economico. Anche volendo immaginare di azzerare il profitto derivante dalla vendita delle suddette, sarebbe pressoché irreale, al momento, pensare di poter vendere dei dispositivi di protezione individuale a 50 centesimi l’uno. Perché? Molte aziende hanno convertito la propria produzione per iniziare a fabbricare mascherine, il che significa un cambio di costi e un addizione di spese impreviste. Per non parlare di coloro che le mascherine già le avevano acquistate, ad un prezzo maggiore di quello imposto e ora dovrebbero venderle, non solo non guadagnandoci, addirittura non arrivando neanche alla parità tra prezzo d’acquisto e di vendita.

“Un prezzo equo di vendita finale potrebbe essere un euro, non meno di 90 centesimi. Questa mattina ci sono stati cancellati gli ordini per le nostre macchine e le aziende convertite minacciano di bruciare la produzione, piuttosto che vendere i loro prodotti a quel prezzo”, spiega Rosalba Calabrese, titolare di un’azienda di Quarrata nel Pistoiese, a Il giornale. “Il costo medio per la sola produzione di mascherine chirurgiche certificate, cioè considerate dispositivi sanitari, si aggira sui 40 centesimi. È quindi impensabile vendere al consumatore mascherine a 50 centesimi”. Non ci si dimentichi infatti del passaggio dal grossista e dal rivenditore che fa alzare il prezzo. E questo è solo uno degli esempi di imprenditori contrari e amareggiati dalla decisione.

Il rischio non tanto impossibile

Ciò che si rischia con questa decisione è di rendere introvabili le mascherine. Uccidere l’offerta, ovvero la produzione di mascherine, è qualcosa che andava evitato. Così non è stato. D’altronde in Italia piuttosto che invitare alla produzione, e quindi invitare gli imprenditori a rimanere nel paese, preferiamo scoraggiarla, pensando di fare il contrario. E pensare ci siano volute 15 task force, ovvero 450 persone, per arrivare ad una tale decisione fa quasi rabbrividire.

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