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Coronavirus, il volto della sofferenza

Coronavirus, il volto della sofferenza
Coronavirus, il volto della sofferenza

Coronavirus, il volto della sofferenza. 21 febbraio 2020: il paziente 1 è il primo caso positivo al COVID-19 in Italia, a Codogno. I giorni a seguire sono stati pieni di preoccupazione, allerta, decreti governativi e lavoro, tanto lavoro.
Dalle prime zone rosse limitrofe a quel comune alle prime disposizioni in merito alla chiusura delle scuole di ogni ordine. Il virus non si ferma.

Il governo applica misure restrittive a tutta la Penisola. Ma il virus ancora non si ferma. Aumentano i contagi. Aumentano i morti.
Le strutture ospedaliere sono sature e le risorse sanitarie insufficienti. A Bergamo non c’è più posto nei cimiteri e l’esercito trasporta le bare in altre regioni.
Le aziende italiane sono al collasso e il governo emana un altro decreto per sostenerle.
Ma il virus è sempre lì. Non vuole dare tregua all’Italia.
Ad oggi, i dati aggiornati mostrano più di 63.000 casi positivi totali con circa 50.000 attuali, di cui i guariti superano le 7.000 unità ed i morti sono 6.077.
6.077 morti che se non avessero contratto il Coronavirus sarebbero ancora qui.
6.077 morti che non hanno potuto essere salutati degnamente dai loro cari.

Il volto della sofferenza

C’è tanto dolore, c’è tanta sofferenza. Non solo tra le famiglie di chi ha perso qualcuno o di chi prega affinché il marito, la moglie, il figlio, il nonno o il cugino guariscano. Ma soprattutto di chi è in trincea e combatte per noi. Di chi lavora senza sosta per risollevare il paese.
Le forze dell’ordine, i volontari, i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario ha lavorato dal primo giorno per arrestare la diffusione dell’epidemia chiamata Coronavirus. Lavoro che continua imperterrito, che continuerà senza sosta e ci dà la speranza di poter vedere quella luce in fondo al tunnel che attendiamo.

Lavoro che è testimoniato dalle foto che girano sul web da alcuni giorni.
Si tratta di fotografie senza filtri, senza l’ausilio di programmi di editing o di altro che potrebbe camuffare la realtà. Sono proprio così come li vedi. Stremati, segnati in volto dal dalla stanchezza, dalla sofferenza di lavorare senza sosta per salvare vite umane e dal rischio di essere infettati.
Ore e ore bardati con camici, occhiali, mascherine e prodotti di protezione lasciano segni indelebili. Segni che dimostrano il sacrificio e la devozione al proprio lavoro. Segni che ci portano a dire solo una cosa: grazie.

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La speranza dal web: “Tutto questo passerà”

Sono tanti, tantissimi i medici che sui social stanno testimoniando il loro sacrificio.
Alcuni sottolineano la volontà di continuare, di non mollare. Si fanno forza e ci danno la carica per restare uniti, nonostante sul campo ci stanno loro e non noi, che stiamo comodamente nelle nostre case.
Un esempio è Nicola Sgarbi, che sul web non si definisce un eroe e non ama poi così tanto i selfie. Ma questo l’ha scattato dopo 13 ore di lavoro in terapia intensiva. Nonostante la stanchezza, ci sostiene, ci incoraggia affinché tutto possa tornare alla normalità.

tutto questo passerà. passerà anche grazie a voi e al vostro impegno e ai vostri sacrifici. passerà se saremo uniti in un unico immenso sforzo comune. Non mollate. mai

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10221828032120963&set=p.10221828032120963&type=3&theater

L’altra faccia della medaglia: “Usate il cervello”

Tra le tante testimonianze si ritrova anche chi, mostrando i segni della lotta in trincea, ci sprona a stare a casa. Perché? Per continuare a sostenere il loro lavoro con uno sforzo davvero piccolo se confrontato con il loro: restare a casa, per evitare il prezzo troppo alto che saremo costretti a pagare tutti.
Così si esprime sui social Sabina Maoddi, che si appella al buon senso di noi italiani per evitare ripercussioni sempre più gravi.
D’altronde cosa sta chiedendo di tanto difficile? Si tratta di uno sforzo così grave? Bisogna semplicemente restare a casa.

Usate il cervello. pensate ai vostri cari, a tutte le persone che si prendono cura di chi sta male.

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=3526065517465957&set=a.375924435813430&type=3&theater

L’invito, o sarebbe meglio definirlo obbligo, l’obbligo morale che abbiamo verso noi stessi, è sempre e solo uno: restare a casa.

https://www.instagram.com/p/B-EkRKlgAtz/?utm_source=ig_web_copy_link

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