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Coronavirus, il peso delle parole: come trasformare i medici in soldati e vivere felici

Le parole sono importanti

Migliaia di anni di dibattito epistemologico lo dimostrano. Una parola non è mai soltanto un suono emesso o una riga di inchiostro sul foglio (scuserete il ricordo nostalgico), è sempre molto di più. E chi fa informazione dovrebbe costantemente tenerlo bene a mente perché, a volte, il tecnicismo del gesto dello scrivere prevarica l’aspetto più umano e intimo della ricerca del significato. La parola, dunque, è un significato.

E’ un’idea, un concetto, una trasmissione di conoscenza, un mezzo attraverso qualcosa che alberga nella mia mente arriva alla tua attraverso la condivisione della medesima lingua. La parola ha bisogno di tempo. Ecco perché, nonostante la spasmodica rincorsa al tempo che fugge, a volte dovremmo rallentare, rifiatare, metterci in ascolto prima di fare rumore.

La comunicazione degli eventi ha letteralmente preso il sopravvento sull’accuratezza del dato, della fonte, della precisione formale. Bisogna far presto, dirlo in poche parole, colpire il lettore o, anche meglio, farlo sobbalzare dalla sedia. I toni si inaspriscono, i termini si esasperano. La notizia deve incuriosire morbosamente. Ecco perché, in un periodo così buio come quello che stiamo vivendo, parlare di medici, o più in generale, di sanitari eroi dovrebbe creare imbarazzo più che fierezza. Capiamoci meglio.

Che notizia!

Il Covid-19 impazza da più di un mese su ogni televisore, giornale (stampato o digitale), blog, canale Youtube…ovunque. La notizia però, se dapprima era sana informazione, adesso si è trasformata in morbosa ricerca dell’orrido. Quanti morti oggi? Ieri ne erano di più o di meno? Gli esperti della sanità invitati in TV diventano bersaglio di “opinionisti” senza alcuna nozione che li tacciano di allarmismo, ottusità, incapacità. Il dolore dei congiunti dell’ultima vittima diventa scudo politico dietro cui recitare un vergognoso “Eterno riposo. In tutti questo baillame di riprovevoli comportamenti si innesca anche la scelta, tutta dei media, di indicare chi sta affrontando ogni giorno il rischio del contagio come un eroe, un soldato di prima linea. Ma come non accorgersi di quanto tutto questo sia farneticante e ideologicamente sbagliato?

Se iniziamo a chiamare l’alacre lavoro dei sanitari contro il Coronavirus col termine “battaglia“, stiamo deliberatamente commettendo due errori che non possono passare come eccesso di buona fede. Il primo è quello di paragonare quello che dovrebbe essere soltanto lavoro (e perciò da svolgersi in sicurezza, in scienza e coscienza) in un sacrificio da pagare in vite umane alla causa. Appunto come si farebbe in guerra. L’altro, direttamente dipendente dal primo, è quello di assimilare la figura dell’infermiere, del medico, dell’OSS, del tecnico a quello di soldati pronti a dare la loro vita per il bene comune.

Il soldato

Per quanto l’idea possa avere del romantico, di sicuro nasconde qualcosa di molto più subdolo a cui non tutti forse hanno pensato, o forse sì. Il soldato è chiamato a intraprendere determinate azioni. E’ istruito per operare nel pericolo costante. Sa che, a volte, il prezzo della vita va pagato senza fiatare. Obbedisce agli ordini e ci si aspetta che da questi vengano recepiti e messi in atto.

Ecco, parlando di medici “in prima linea” creiamo questo cul de sac della mente. Un’associazione d’idee errata e fuorviante. Se sono eroi, allora che muoiano da eroi. Se assimiliamo l’infermiere al soldato, in guerra contro il Coronavirus, allora se verrà contagiato o se ne morirà, ebbene, non avrà fatto altro che il suo dovere. Se davvero questo Covid-19 è una battaglia e loro sono i nostri militari, allora chiediamogli di rimanere a difendere il fronte dei Pronto Soccorso per 200-300 ore al mese. Se gli operatori sono pochi non c’è problema: chiamiamo alle armi i riservisti (specializzandi, o anche i neolaureati), i veterani (quelli ormai in pensione), chiamiamoli dall’estero.

Per l’onore

Le regole, in tempi di guerra, non esistono. Tutto è lecito. Diciamoci la verità: si crea quasi un senso di spensieratezza quando a dover sacrificarsi sono solo gli altri. E se qualcuno ci lascerà le penne non sarà mai per inopportune scelte simil-militaresche ma verrà mascherato come l’ennesimo milite ignoto da onorare. E mentre dai la tua vita per l’onore, ti accorgi che nessuno darebbe nemmeno un quarto d’ora della sua esistenza per te. Che i “civili” continuano a passeggiare serenamente, a trincerarsi dietro l’ennesimo modulo di autocertificazione, a trovare l’escamotage furbetto per mascherare la voglia di protagonismo per un’uscita dal fruttivendolo. Cari sanitari, ricordatevi che non siete soldati e soprattutto, che il popolo che dite di voler aiutare non starà ad aiutare voi. E tutto questo perché qualcuno vi ha voluto fregare con una parola: chiamandovi eroi.

 

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